
di Giuseppe Di Giacomo (Nuove Cronache) –
Roma, 22 mar. ’25 – Con l’uscita nelle sale de Il Complottista, dal 2 aprile, il cinema italiano torna a esplorare con ironia e acume il mondo delle teorie del complotto, tra paranoia, solitudine e ricerca di connessioni umane. Alla sceneggiatura di questo film, diretto da Valerio Ferrara, ha lavorato Matteo Petecca, giovane autore che già con il cortometraggio Il Barbiere Complottista aveva contribuito a un racconto satirico e pungente del nostro tempo, tanto da conquistare il premio alla Cinef di Cannes. Nato e cresciuto a San Martino Valle Caudina, un piccolo paese che continua a ispirare le sue storie, Petecca ha affinato la sua scrittura tra la Rufa e il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove ha trovato la sua strada nel mondo del cinema. In questa intervista ci racconta il percorso che lo ha portato dal corto al lungometraggio, il difficile equilibrio tra satira e realismo e il suo sguardo sulle nuove storie che sta scrivendo.
Matteo, sei nato e cresciuto a San Martino Valle Caudina, un luogo che sembra essere una fonte d’ispirazione costante per le tue storie, in che modo le tue radici influenzano la tua scrittura?
C’è molta San Martino anche in questo film, perché diversi, piccolissimi spezzoni (ad esempio i video che il protagonista guarda sui social) sono stati realizzati proprio qui, con i miei concittadini a darmi una mano! Ad ogni modo San Martino è sempre presente nelle storie che scrivo, anche se, ahimè, non mi è ancora capitato di ambientarne una in un paesino di provincia, magari proprio tra Avellino e Benevento. Piuttosto, è presente in qualche piccolo gesto, in qualche battuta spiritosa oppure nella caratterizzazione di qualche personaggio particolare. Quando sono a San Martino, osservo le persone attorno a me, ci chiacchiero, ci scherzo, ne rimango ispirato e mi appunto mentalmente cosa succede. È una cosa che, invece, mi capita raramente di fare a Roma, dove vivo, forse perché lì conosco – a pieno – molte meno persone o forse perché di persone, in una grande città, ce ne sono fin troppe e quella realtà diventa troppo grande e sfuggente per riuscire a comprenderla a pieno. A San Martino, invece, siamo in quattro gatti ma meglio così! Perché sento più facilmente quel calore, quell’umanità, i pregi, le contraddizioni, la spensieratezza.
Dopo il trasferimento a Roma, hai frequentato la Rufa e poi il Centro Sperimentale di Cinematografia, quanto è stato determinante questo percorso accademico per il tuo approccio alla sceneggiatura?
In entrambe le scuole, ho avuto modo di studiare con insegnanti meravigliosi, tutti registi o sceneggiatori di straordinaria sensibilità. Quegli anni sono stati determinanti quanto faticosi e a volte perfino sconfortanti. Grazie agli studi di cinema alla Rufa ho capito che quello che volevo fare davvero era scrivere, forse perché lì mi sono cimentato anche nella regia… E per commentare i miei corti dell’epoca potrei citare le parole di Ugo Fantozzi a proposito de La Corazzata Potemkin! Ero così stressato durante la lavorazione dei miei corti che mi sembrava di invecchiare 10 anni ogni volta, mentre invece non provavo la minima angoscia, il minimo stress quando scrivevo le sceneggiature di quegli stessi cortometraggi. È così che ho capito non solo cosa volevo davvero fare, ma anche cosa mi rendesse più felice. Al Centro Sperimentale, nella classe di sceneggiatura, invece, credo di aver passato alcuni tra gli anni più belli della mia vita, perché ho incontrato amici (che poi sono diventati colleghi, come Alessandro e Valerio) che parlavano la mia stessa lingua, che erano animati dalla mia stessa passione (per non dire ossessione) per la scrittura. E badate bene, il mio triennio, 2019-21, fu colpito in pieno dalla pandemia, con restrizioni severissime e lezioni online, e nonostante tutto ho amato ogni singolo giorno di Centro Sperimentale!
Il Barbiere Complottista ha avuto un successo straordinario, culminato con il premio alla Cinef di Cannes, quando avete scritto la sceneggiatura, vi aspettavate che la storia potesse avere un impatto così forte?
Assolutamente no! La sceneggiatura del corto è stata scritta a inizio 2021, con le riprese avvenute proprio in quell’estate. Oggi ci sembra già lontanissimo ma quel periodo fu assai strano, complesso e sfaccettato. Sebbene ci fossimo lasciati alle spalle i vari lockdown, c’era ancora l’obbligo della mascherina che i più ferventi no-mask dell’internet definivano “una museruola per metterci a tacere”. Coi vaccini, poi, quell’atmosfera di diffidenza verso le istituzioni sembrava centuplicata e ovunque potevi leggere deliri complottisti, spesso anche aggressivi, che oscuravano persino i pareri di chi mostrava un più pacato e lecito scetticismo. Come se non bastasse, a gennaio 2021, dei pazzoidi in costume avevano preso d’assalto Capitol Hill a Washington, sobillati dalle insinuazioni di Trump e facendo, di fatto, il suo gioco. Abbiamo scritto quella sceneggiatura con queste suggestioni ben in mente: ci sembrava che il mondo stesse impazzendo, sempre più incattivito e pieno di dubbi e noi ne eravamo allo stesso tempo spaventati e affascinati (e a volte anche divertiti, con tutti quegli sproloqui assurdi che leggevamo online). Se quel corto ha avuto un buon riscontro, significa che probabilmente non siamo i soli ad essere spaventati e affascinati dalla strana deriva che sta prendendo oggi la nostra società (oggi perfino più inquietante che nel 2021!).
Come è nata l’idea di trasformare il corto nel film “il Complottista” nelle sale cinematografiche dal 2 aprile? Ci sono stati cambiamenti significativi nella trama o nei personaggi?
L’idea è nata abbastanza spontaneamente. Già durante la scrittura del corto, già durante la lavorazione, il montaggio e la post-produzione, continuavamo a chiacchierare dello strano mondo delle teorie del complotto e di quei personaggi stravaganti e fuori dagli schemi. Era come se non volessimo distaccarci da loro, non volessimo dirgli “grazie, ciao” per poi dedicarci ad altro. Volevamo dargli più spazio, provare a capirli più nel profondo. E in questo, ovviamente, il film ci ha aiutato, avendo più tempo per approfondire il tutto. Il Complottista raccoglie un po’ il testimone del cortometraggio, con un incipit simile, ma poi se ne discosta completamente: se il corto “Il Barbiere Complottista” raccontava come un uomo comune riuscisse a piantare il seme del dubbio (e del complotto) nelle persone a lui care, nel film raccontiamo le conseguenze di quello stesso seme che germoglia e cresce sempre più, fino a sfuggire a ogni controllo. Anche i toni sono molto diversi. Siamo sempre dalle parti della satira di costume, ma abbiamo dato qualche pennellata in più di malinconia e amarezza, specie nell’inquadrare questo protagonista che, sì, sarà pur sempre un buffo complottista farneticante, ma è anche e soprattutto una persona sola, in cerca di ascolto, di calore, di affetto.
Il film affronta il tema del complottismo con ironia e intelligenza, quanto è stato difficile bilanciare satira e realismo?
Per quanto mi riguarda, è stata la sfida più difficile. Più volte, per ironizzare sull’assurdità del complottismo, mi è capitato di scrivere battute eccessivamente ciniche, spietate. Sono stato prontamente ammonito, per fortuna, dal regista Valerio Ferrara e dall’altro sceneggiatore Alessandro Logli: “Non raccontarli come dei poveri stupidi!”, mi dicevano, “Non li stiamo giudicando, non vogliamo metterci in cattedra a sentenziare. Vogliamo semplicemente capirli!”. La nostra collaborazione è stata fondamentale per trovare il giusto equilibrio tra la satira e un racconto più sincero e umano.
Hai lavorato e stai lavorando anche su altri progetti, cosa puoi raccontarci di queste nuove avventure?
Sto lavorando a nuovi film che sto già scrivendo ma su cui non posso ancora dire granché, anche perché il percorso di un film è sempre lungo e sempre in salita e chissà quando lo vedremo finito in sala, se lo vedremo finito in sala. Cerco di preservare lo stesso entusiasmo provato per la scrittura de Il Complottista, con un po’ di esperienza in più nel riconoscere i miei errori.
Il tuo lavoro dimostra che il cortometraggio può essere un trampolino di lancio importante. Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la carriera di sceneggiatore partendo dai corti?
Un corto può essere un importante biglietto da visita per farsi conoscere, per dimostrare cosa si sa fare ma soprattutto come e cosa si ama raccontare. A chi vuole intraprendere questa strada consiglio di non indugiare troppo sui racconti autobiografici. Spesso si cade nella tentazione di scrivere le sceneggiature come se fossero diari personali, raccontando, che so, gli amori di gioventù mai dimenticati, le scorribande con gli amici di sempre, la propria situazione familiare e così via, col rischio di non interessare nessuno se non se stessi. Piuttosto, consiglio, sì, di attingere dal proprio vissuto, cercando sensazioni ed emozioni provate per davvero ma traslandole in storie e dinamiche lontane da noi. Perché penso che per scrivere serva allenare soprattutto la propria empatia: bisogna sentire il dolore di un personaggio come se fosse tuo, capire le sue motivazioni (anche controverse, anche incomprensibili) come se fossero le nostre.
Grazie